Mimmo Rotella uno strappo alla pubblicità, dal rito della lacerazione alla seduzione dell’icona.

Mimmo Rotella, universalmente conosciuto per la tecnica del décollage, è stato tra i primi artisti a utilizzare i manifesti in affissione, per realizzare le proprie opere. 

Di Stefano Sbarbaro

 

Esiste un sottile crinale che separa idealmente il mondo della pubblicità da quello dell’arte; si tratta di una linea quanto mai instabile e permeabile che nell’arco del 900 è stata percorsa e oltrepassata più volte. In questo cammino ambivalente e simbiotico le direzioni si sono spesso incrociate e i tragici avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale rappresentano un evidente spartiacque. Se nella prima parte del secolo molti sono stati gli artisti che si sono cimentati anche assiduamente nella pratica pubblicitaria, in special modo nell’ambito della cultura di derivazione futurista, a partire dagli anni 50, l’affermazione sociale di questo linguaggio ha avuto un suo rispecchiamento anche nella produzione artistica determinandone in molti i casi gli sviluppi.

L’artista in Piazza del Popolo a Roma negli anni Cinquanta.

L’opera di Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918 – Milano, 2006) rappresenta un caso piuttosto interessante ed emblematico di questo fenomeno. Universalmente conosciuto per la tecnica del décollage, l’artista è stato tra i primi a utilizzare i manifesti in affissione, recuperati nella notte e strappati dai muri delle strade romane, per realizzare le proprie opere. Mosso da una profonda crisi artistica che l’aveva allontanato dalla pittura tradizionale dopo una prima fase della carriera di chiara matrice astrattista, Rotella, nella convinzione che fosse necessario il recupero di un contatto con la realtà, decide di appropriarsi di “frammenti” del nuovo paesaggio urbano compiendo quello che amava definire “il rito della lacerazione”.

Allo strappo notturno corrispondeva una ricomposizione in studio; i brandelli di carta rimanevano talvolta molti giorni sotto il letto dell’artista prima di essere poi sistemati su un supporto in tela o cartone e ulteriormente manipolati con interventi di raschiatura e strappo.

Mimmo Rotella, Not in Venice, 1959, retro d’affiche su tela, cm 95×72

Una tecnica dunque che combinava alla consolidata pratica del collage di estrazione cubista un atteggiamento di chiara impronta dadaista.

Questa volta è proprio il manifesto pubblicitario il ready-made a cui l’intervento artistico conferisce una nuova dignità estetica elevandolo, da semplice prodotto in serie da tiratura tipografica a opera d’arte. “Tutte le mattine uscivo e guardavo i muri tappezzati di manifesti pubblicitari” l’artista così racconta di come la sua attenzione verso i cambiamenti del paesaggio urbano è catturata dall’iconografia pubblicitaria. Siamo ben lontani però dall’utopia futurista nella quale il monotono grigiore della città viene sconfitto dall’intrusione di un variopinto mondo che trova nelle composizioni pubblicitarie “geometriche e metallescenti” di Fortunato Depero il suo più geniale interprete. Ma il cammino delle avanguardie è superato dai rivolgimenti della storia; il dramma del secondo conflitto azzera le spinte immaginifiche e visionarie e riporta l’arte a occuparsi in modo più diretto della realtà non tanto attraverso una sua rappresentazione oggettiva, ma identificandosi nella gestualità dell’artista e soffermandosi sui segni che la cultura del consumo ha impresso nella società di massa.

 

Mimmo Rotella, Le cachet, 1960, décollage su tela, cm 88×81

Mimmo Rotella è attratto dalle trasformazioni in atto nelle città italiane e ricerca un dialogo con la società, lui, che fino al 1950 aveva aperto la finestra del dipinto su scenari astratti, ora invece si trova a indagare quelle formulazioni attraverso un’argomentazione materica e non più pittorica. Riposto il pennello a favore del raschietto e della spatola, i primi décollage sembrano ricercare un’integrazioni con le soluzioni artistiche dominanti, sospesi così tra le suggestioni americane dell’Action Panting di Pollock e de Kooning e l’astrattismo informale italiano di Vedova, Afro e Turcato. Seppur derivate da lacerti di manifesti popolati a loro volta da rappresentazioni figurative, la produzione di Rotella fino al 1959 è sostanzialmente aniconica. L’artista si impossessa di “reperti” di territorio urbano con spirito antropologico e sensibilità archeologica; la sua è un’analisi che lo porta a indagare la natura effimera e transitoria della comunicazione esterna, sempre però filtrandola con il proprio vissuto pittorico.

 

L’evoluzione stilistica dell’artista e il processo di affrancamento della propria identità creativa procedono lungo gli anni 50 alla ricerca di una propria stabilità espressiva, il percorso scorre parallelamente co

Mimmo Rotella, Marilyn, 1963, décollage su tela, cm 188×134

n l’affermazione del linguaggio della comunicazione nella società dei consumi. Sono gli anni della “colonizzazione” americana del sistema pubblicitario italiano. Le grandi agenzie statunitensi sbarcano nel nostro paese non tanto per ragioni economiche, ma, affiancando l’industria cinematografica hollywoodiana, operano sul nostro territorio in un complesso disegno di condizionamento dell’immaginario collettivo volto ad affermare il modello e lo stile di vita americano in quell’ottica di contrapposizione ideologica che caratterizzò il periodo della Guerra Fredda.
L’affermazione di una “nuova mitologia dell’immagine” che si attesta nella cultura di massa è ora animata da un vortice incontenibile che celebra star cinematografiche, personaggi pubblici e prodotti di largo consumo tutti abilmente registrati e impressi nell’opera di Mimmo Rotella. In un sistema sempre più integrato in cui il manifesto declina un messaggio capace di riverberarsi con prepotenza grazie al proliferare dei mezzi di comunicazione di massa attraverso la carta stampata, la televisione, la radio e il cinema si afferma la forza monolitica dell’icona.

Mimmo Rotella Punt e Mes

L’artista si sente ora attratto dall’immagine intera e non più da semplici frammenti variopinti e lacerati, appaiono così nei sui décollage, progressivamente e sempre più riconoscibili seppur scalfiti dall’irrompere di strappi e graffi: i miti di Hollywood (con l’onnipresente Marylin), personaggi pubblici in genere, le fiere e le attrazioni del circo e le maggiori campagne pubblicitarie dell’epoca. Una su tutte sembra destare l’attenzione e ammansire gli interventi dell’artista; il manifesto di Armando Testa del 1960 per il vermouth “Punt e Mes” della Carpano appare, con una semplice toppa di censura sulla marca e pochi strappi, due anni più tardi in un’opera di Rotella. La pubblicità produce i suoi primi capolavori e il manifesto di Testa stupisce nella sua semplicità per sintesi formale e forza espressiva, in questo lavoro il rispecchiamento tra arte e pubblicità è totale e trova in un “punto” un equilibrio assoluto.

 


Stefano Sbarbaro

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