La Mostruosa Circe: Federico Fellini e la pubblicità

Il cinema che scardina la pubblicità da “Le Tentazioni del dottor Antonio” agli spot per Barilla, Campari e Banca di Roma.

Di Stefano Sbarbaro

 

“Tutti gli onesti, tutti i puri, tutti coloro che amano l’integrità dei costumi, la dignità dei valori umani sono con noi per gridare vergogna! In pochi giorni dico, in pochi giorni l’orrendo cartellone, “la mostruosa Circe” come ai tempi del antico vitello d’oro, ha raccolto intorno a sé tutta la corruzione del mondo cittadino. Una visione orrenda è davanti ai miei occhi, che osceno bailamme! Babilonia, Babilonia attenta alla pioggia e al fuoco!” Sono le parole che Peppino de Filippo pronuncia nell’episodio “le Tentazioni del dottor Antonio” diretto da Federico Fellini nel film Boccaccio 70 (1962). La pellicola ideata da Zavattini è uno “scherzo” in quattro atti che vede impegnati assieme al maestro riminese anche Monicelli, de Sica e Visconti. Si racconta l’Italia del boom economico descrivendolo come un paese ancora impreparato ad accogliere la modernità perché troppo incline al moralismo e al puritanesimo. Fellini si dimostra il più scatenato di tutti; in questo grottesco me

diometraggio c’è tutta la sua visionaria e giocosa poetica, al contempo solare e onirica. Peppino de Filippo interpreta il ruolo di un moralista intransigente, Antonio Mazzuolo, che cerca in ogni maniera di censurare un grandissimo manifesto che, un’improbabile impresa edile sistema nel centro di un ampio prato attorno al quale si sviluppa il modernissimo quartiere EUR di Roma. Nel cartellone pubblicitario è raffigurata una bellissima e procace Anita Ekberg sdraiata provocatoriamente su un divano mentre sorseggia un bicchiere di latte mostrando il corpo sinuoso e la vertiginosa scollatura. La visione forzata di quell’immagine sovradimensionata provoca al povero Mazzuolo disturbi ossessivi, turbamenti sessuali e allucinazioni. La figura che il protagonista voleva a tutti i costi vietare alla vista collettiva, diventa il centro dei suoi desideri e la ragione della sua follia. L’episodio, che nel corpo della produzione felliniana viene derubricato come una sorta di parodia della Dolce Vita, rappresenta una prima importante argomentazione sul singolare rapporto che il maestro dimostrò nei confronti della pubblicità. Senza voler apparire strumentale nell’interpretazione, è qui chiaro quanto per Fellini la pubblicità fosse invadente e prevaricatrice. La folla festante che accoglie idolatrandolo Il gigantesco manifesto, è ormai irrimediabilmente condizionata nelle abitudini; la modernità seduce le persone con le fattezze di una diva sensuale che impone il consumo del prodotto reclamizzato.

 

Negli anni ’60 la fama negativa di cui godeva la pubblicità era dovuta principalmente all’influenza del testo di Vance Packard i Persuasori Occulti. In questo episodio anche Federico Fellini non si dimostra immune da questa tendenza; la pubblicità è portatrice di valori distorti, di consumi sregolati e dissolutezza. Ma Fellini lascia al povero Mazzuolo, alias Peppino de Filippo, il compito di combattere una battaglia persa in partenza. La società che descrive è però festante e rivitalizzata dalla contaminazione. L’invadente pervasività e il potere di condizionamento del linguaggio pubblicitario sono il segno dei tempi a cui occorre adeguarsi, pena l’emarginazione o peggio ancora la follia. In questo suo ambiguo atteggiamento il regista comincia a dimostrare un chiaro interesse verso il potenziale immaginifico di questa forma di comunicazione che, per fini commerciali, è capace di veicolare concetti, messaggi, visioni con prepotente rapidità.

Molti si ricorderanno le crociate combattute da Fellini nel periodo dell’affermazione della televisione commerciale; il maestro (un po’ come faceva Mazzuolo) si scagliava contro la pratica aggressiva e sacrilega di interrompere la visione di un film con bombardanti spot pubblicitari. La televisione aveva di fatto corrotto il rito della partecipazione alla proiezione cinematografica ribaltando i rapporti di forza tra schermo e spettatore.

Se lo schermo di un cinema incombe su un pubblico disciplinato e attento, il tubo catodico invece si lascia apparentemente dominare dalla volubilità dello spettatore armato di telecomando, in cambio però di una non troppo discreta somministrazione di consigli per gli acquisti. In altre parole, se il cinema affascina con il potere seduttivo della poetica delle immagini, la televisione ambisce a trasformare il destinatario in un “educato” consumatore, offrendo in cambio un’inquinata e caotica rappresentazione di immagini importate pretestuosamente dal cinema e dal mondo dello spettacolo.

Fellini che pur ripudiava questo meccanismo, si cimentò con la realizzazione a metà degli anni ‘80 di alcuni spot rimasti memorabili. Fu Campari a riuscire nella difficile impresa di convincere il maestro a realizzare una produzione pubblicitaria che accettò solo perché il bitter gli ricordava il periodo della sua infanzia. Che bel paesaggio, questo il titolo dello spot, fu realizzato con molte difficoltà e con un impiego di risorse economiche inusuale per il tempo. Molte furono le richieste bizzarre del regista (che richiese un’auto con autista, la possibilità di poter invitare ogni giorno 20 persone a colazione e un ufficio disadorno che gli ricordava i suoi esordi), ma rimane ancora un fatto eccezionale che per questo spot collaborarono due futuri premi oscar; Dante Ferretti per la realizzazione delle scenografie e Nicola Piovani per le musiche, oltre ad altre figure che appartengono alla mitologia cinematografica italiana: Piero Tosi (costumi), Bernardino Zapponi (sceneggiatura) e il pittore Giuliano Geleng.
Furono 52 le persone impiegate per circa due mesi di lavoro assorbito in gran parte nella minuziosa realizzazione dei modellini dei monumenti alti più di 7 metri, realizzati proprio da Dante Ferretti. Lo spot fu un successo clamoroso e contribuì notevolmente all’affermazione mondiale del marchio, facendo di Campari la multinazionale che tutti noi oggi conosciamo.

Successivamente Fellini diresse per Barilla Alta Società, uno spot sontuoso che vede protagonisti una coppia di amanti durante un’impegnativa cena in un ristorante di lusso. I due, avvicinati da alcuni camerieri, ascoltano distrattamente il menù recitato con perizia dal maître che propone loro raffinate e incomprensibili prelibatezze francesi. La coppia ammicca languidamente fino a che, la donna divertita ordina esclamando “rigatoni!” fra lo stupore generale. Lo spot è girato interamente a Cinecittà ancora una volta servendosi di maestranze che normalmente venivano impiegate in produzioni cinematografiche. La fotografia ha toni caldi e rarefatti che ricordano le lussuose ambientazioni di film come E la Nave va (1983), 8 e ½ (1963) e naturalmente il Grand Hotel in Amarcord (1973).

Poco prima di morire Fellini realizzò un tris di spot surreali e onirici per Banca di Roma che vedevano come protagonista Paolo Villaggio. Si tratta di fatto di tre sogni, o meglio incubi, che vengono

narrati e descritti dal protagonista al suo psicanalista. Le inquietudini che popolano le sue notti prendono rispettivamente le sembianze di: un leone che piange, una galleria che crolla e un treno in corsa che sta per travolgerlo. Lo psicanalista individua la causa delle sue preoccupazioni e gli consiglia di proteggere al meglio i propri risparmi affidandoli a un solido istituto bancario. I tre spot si chiudono con Paolo Villaggio che compie l’inconfondibile (e di fantozziana memoria), tuffo nel letto ora però sistemato nella tranquillità notturna della hall della banca, pronta a proteggere il sonno e i risparmi del suo nuovo e ansioso cliente. 

Con senso di rivalsa, verso l’odiata televisione, Fellini riesce nel difficile compito di insinuare il cinema negli spot televisivi; sceglie non più i freddi teatri di posa milanesi ma riporta il tutto nella rassicurante magia di Cinecittà. Sono gli anni in cui il nostro cinema abdica mestamente sotto i colpi proibiti della televisione commerciale; si apre una nuova era nel nostro paese fatta di vanità e illusioni che fortunatamente il grande maestro, in questi vent’anni, non ha dovuto vedere o tollerare. Oggi nella ricorrenza della scomparsa, l’immaginario felliniano rimane la più autentica e veritiera testimonianza del genio creativo italiano nel mondo. I marchi che hanno beneficiato del suo talento visionario sono tra le poche aziende italiane che hanno raggiunto lo status di multinazionale, con riconoscimenti unanimi di qualità a livello planetario. Il marchio “non marchio” del made in Italy ha un unico, vero e inconsapevole testimonial; tutti coloro che con lui hanno lavorato o che ancora si ispirano al suo insegnamento, continuano a mietere riconoscimenti e tributi in tutto il mondo.

 

Articolo comparso nel n° 10 del 2013 di Pubblicità Italia

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