KEITH HARING La forza comunicativa del segno

La città di New York, per tutti gli anni ’80, fu per Keith Haring (1958-1990) un’immensa tela su cui liberare ed esprimere il suo inquieto talento. Un malattia logorante e impietosa aveva segnato e reso febbrile una già vigorosa forza creativa sempre pronta a insinuarsi in ogni interstizio metropolitano.
La sua breve e intensa parabola artistica si manifesta in un contesto sociale e politico in rapida trasformazione; il decennio si apriva con le elezioni presidenziali che portarono alla Casa Bianca Ronald Regan che con la sua  “rivoluzione conservatrice”  affermava il principio della deregulation. Si avviò una sorprendente ripresa economica da cui presero forma, nella società americana, modelli e atteggiamenti che diverranno dominanti, segnati da un egocentrico individualismo e da un’ inesorabile deriva consumistica.

 

Per comprendere pienamente l’opera di Keith Haring occorre aver ben chiaro questo quadro di riferimento, la sua arte si esprime nell’alveo di una controcultura che ambisce a invertire quei processi di disumanizzazione che si erano innescati in quel preciso momento storico. L’invenzione di un pittogramma antropomorfo ridotto a una semplice sagoma bidimensionale privata di volto e connotati, onnipresente nella sua produzione artistica, è l’espressione più evidente della sua indagine sulla condizione umana nel contesto consumistico che procedeva verso la globalizzazione. I gesti di ribellione e di protesta che caratterizzano l’espressività gestuale, frenetica e stilizzata dei suoi vivaci personaggi, sono la manifestazione evidente di un neoumanesimo che intende ricondurre l’individuo a una centralità perduta ristabilendo e auspicando, sul piano emotivo, un ritrovato equilibrio tra razionale e irrazionale, tra ordine e passione, tra pensiero e sentimento.

 

Le tematiche di denuncia a lui care lo portarono a esprimersi opponendosi al razzismo e a ogni forma di discriminazione, di manifestazione di violenza e arroganza del potere. L’artista inoltre era attivamente impegnato in campagne di sensibilizzazione contro la minaccia del nucleare, della guerra e della droga, denunciando gli scenari di alienazione urbana e del disagio giovanile. Concetti veicolati sempre attraverso un segno grafico semplice ed essenziale, energico e deciso che è diventato una delle espressioni artistiche più riconoscibili del nostro tempo. Un’originalità raggiunta attraverso una profonda consapevolezza del valore ed efficacia di diverse forme di linguaggio che incidono sulla contemporaneità e che trovano nel suo lavoro uno straordinario e quasi alchemico punto di equilibrio.

 

Keith Haring ha ben chiaro il potere e la forza narrativa del fumetto, da lui molto amato fin da bambino, e ispirato dal lavoro di Alechinsky (pittore e illustratore belga di cui vede una mostra a Pittsburgh nel 1977, la cui ricerca è sospesa tra segno e colore) indaga quella sottile linea immaginaria che separa questa forma espressiva dalle arti visive e in particolar modo dalla pittura. I brevi studi come grafico pubblicitario gli infondono quella consapevolezza nell’utilizzo dei codici visivi necessari nel mondo della comunicazione in cui è fondamentale individuare un target di riferimento, servendosi di un’articolazione sintattica e narrativa capace di coniugare simbologie ed espressioni cromatiche.

 

L’artista crea così uno spazio intellegibile privato della terza dimensione, popolato da un brulicare di figure e personaggi, di simboli e icone, che investono lo spettatore nel paradosso di un inequivocabile e ambiguo sistema artistico-comunicativo. Non appena giunto nella Grande Mela, Keith Haring elegge la metropolitana newyorkese a laboratorio creativo per i suoi subway drawing, disegni realizzati con il gessetto bianco sui fogli neri con cui venivano ricoperti i manifesti negli spazi pubblicitari scaduti.

 

Servendosi della tecnica del cut-up, mutuata dall’esperienze letterarie di W. Burroughs e B. Gysing che ricomponevano aleatoriamente frammenti di testo di diversa provenienza con esiti surreali, crea storie imprevedibili che nascono nell’immediatezza – sul filo della legalità –  di una scrittura automatica e performativa, dimostrando come il suo stile sia in grado di parlare al pubblico vasto e trasversale della metropolitana newyorkese che mescola culture ed etnie in uno straordinario melting pot,  quanto mai unico nella storia dell’umanità. In questo scenario di coesistenza e convivenza, Keith Haring ambisce a creare un’identità di linguaggio condiviso nel quale si incorporano strutture e archetipi iconografici provenienti dai quattro angoli del pianeta, scavando nelle espressioni visive etnografiche e attingendo dall’evoluzione dello stile occidentale, dalla classicità alle avanguardie. Il tutto omettendo le fonti, completamente metabolizzate nel suo immaginario visivo senza dunque scadere in quel intellettualistico e volgare citazionismo presente in tanta arte contemporanea.

 

Proprio su quest’ultimo punto si concentra l’affascinante mostra monografica che in questi giorni è possibile ammirare a Palazzo Reale di Milano. L’artista viene presentato in termini nuovi, raccontando la genesi della sua eclettica cifra stilistica e liberandolo dalle semplificazioni che lo vogliono come esponente, seppur di spicco, del fenomeno della street art che lo coinvolse, in realtà, solo in parte. E’ ora possibile pensare alla sua eredità visiva, così profondamente permeata nell’immaginario collettivo, inserendola tra le esperienze artistiche più significative dell’ultimo quarto del Novecento.

 

 

Stefano Sbarbaro
Articolo tratto dal n°02 di Pubblicità Italia del 2017

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